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Crotone
Giugno,17,2021

È UNA QUESTIONE DI APPARTENENZA, IO SONO IL COSENZA ED AVRÒ LA MIA SQUADRA*

Riceviamo e pubblichiamo:

“Non fu mio nonno né mio padre, né mio fratello né mio cugino a portarmi allo stadio la prima volta. So che mio padre andava allo stadio quando era situato in via Roma, ricordo da piccolo ancora le mura di cinta prima di essere abbattuto. Entrare nel San Vito (oggi San Vito-Marulla) fu per me un’emozione meravigliosa, difficile da spiegare, probabilmente la scena del ragazzino che entra per la prima volta nello stadio dell’Arsenal nel film ‘Febbre a 90º’ è la più rappresentativa, avevo solo 9 anni ed ero lì nella tribuna numerata con altri tre amici coetanei, di fronte a noi, in tribuna B erano posizionati gli ‘Ultrà’, fu amore a prima vista. Decido che le future partite le avrei viste in mezzo a loro, non avendo nessuno che mi portasse lì mi sentivo affascinato e perso, sentivo il bisogno di sicurezza, senza accorgermene smisi di guardare le partite per cercare tra quegli eroi una faccia che mi facesse sentire protetto, ci volle un intero campionato per dare lucidità alla mia immaginazione, cominciai a dare una mia personale collocazione a quelle figure, li divisi tra miti, gruppi, soggetti ed eroi, alla fine non ebbi dubbi, i Fedayn a loro insaputa divennero il tutto in uno, i fratelli dai quali non ci si doveva allontanare perché sarebbero stati sicuramente loro a proteggermi e correggermi, avevo oramai 11 anni e tutto questo accadeva a loro insaputa. Quel processo non era più reversibile, le partite erano passate in secondo piano, gli Ultrà erano diventati la mia prima squadra, la mia bandiera, i miei colori. Non ricordo gol che per mia iniziativa ho esultato, sono sempre stato trascinato contro la mia volontà, il mio volere era restare immobile ed osservare la gioia negli occhi dei miei compagni di battaglia, sentivo il bisogno di assorbire la gioia di tutti, qualcuno doveva pur raccoglierla, mi resi poi conto che a farlo non ero solo io, oltre a me vi erano i fotografi, chi lanciava i cori, chi suonava i tamburi e anche chi preparava le coreografie a volte tagliando durante la settimana in piccoli coriandoli resti di carta da tipografia, il resto del pubblico e persino i calciatori, sì il vero spettacolo della domenica erano gli spalti. Uscivo di casa con la fierezza di chi va a lottare per i propri colori, l’obiettivo era raggiungere il branco e non mollarlo per nessun motivo al mondo, era la mia famiglia, la mia università, negli Ultrà trovavo tutte le risposte alle mie domande, in quell’ammasso di soggetti vi erano ricchi, poveri, belli, brutti, buoni, cattivi, drogati; futuri avvocati, medici o imprenditori. Nessuno doveva presentarteli come normalmente si fa in piazza per una sorta di differenza di classe, bastava un goal per ritrovarti abbracciato a chiunque. Gli anni passano tra alti e bassi spesso condizionati da risultati, classifiche e categorie, ritrovarsi a oltre 2000km di distanza senza una categoria che ti permetta di raggiungere il branco sparso per l’Italia intera non è facile, questi ultimi 3 anni con la riconquista della serie B mi avevano restituito la mia famiglia, ovviamente ho cominciato a vederla con occhi da adulto, sono passato da bambino indifeso ad adulto con il dovere naturale di proteggere, non nutro più quella euforia di conquistare la maglia come trofeo, oggi ogni qualvolta conquisto una maglia mi giro a cercare un bambino a cui regalarla per continuare a vedere nei suoi occhi le mie emozioni. Da adulto credo che al giorno d’oggi debbano essere i giocatori a volere la nostra maglia perché il Cosenza siamo noi. Cori come ‘il Cosenza siamo noi’ ‘da partita umminni frica nenti’ hanno un senso ed un peso da non sottovalutare, non sono solo dei cori, sono la manifestazione del mio essere, cambiano i calciatori, i dirigenti e le categorie, io no, non ho dove andare se non con il mio branco ed i miei colori. Oggi alla mia età ho il dovere di proteggere il futuro del branco, non devo aver paura di ricominciare per poter riaffermare con forza che non accetto ricatti, sarebbe un grosso errore egoistico da parte mia accettare compromessi con un presidente che mi disconosce. Ho la forza ed il potere di decidere, non riconosco questa società come il mio Cosenza sono più che mai deciso a rinunciare a qualsiasi categoria pur di tutelare il futuro che verrà. Ripartire dal fondo se ce ne dovesse essere il bisogno, l’importante è che il tifoso sia il padrone dei colori che rappresentano la mia città. Senza i tifosi una squadra di calcio non ha motivo di esistere, senza tifosi quello spettacolo non interesserebbe a nessuno, non interesserebbe agli sponsor come ad un presidente, né tanto meno ai calciatori che sognano di sentir urlare a squarciagola il proprio nome. Voglio scacciare Guarascio dalla mia città e dal mio stadio perché non mi rappresenta, perché la Guarascese non è la mia squadra, se la tenga e se la porti via. Non è una guerra per un problema di programmazione o categoria come qualcuno vuol far apparire, è una guerra di valori ed identità. È una questione di APPARTENENZA, IO SONO IL COSENZA ED AVRÒ LA MIA SQUADRA“.

*Piero Lato, Barcellona (Spagna)

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